Una volta nella vita.

Chiedete a un bambino cosa c'è dietro una vittoria, dietro a un gol o ad una parata. Non vi parlerà di impegno, non citerà la dedizione, il sudore, la fatica o la forza di volontà.
Non accennerà nemmeno alla sorte, al destino o alla fortuna. Quel bambino vi dirà una sola cosa, una parola di cinque lettere.
Gioia. Unica e incontenibile, da urlare al cielo, da consegnare agli abbracci dei compagni di squadra. Gioia pura, come il gioco e le sue regole, come la vita e i suoi scherzi. Come la voglia di provarci sempre, andando in campo a testa alta, a giocarsela sino in fondo, senza mollare mai, fino all'ultimo secondo dell'ultimo minuto.
La gioia non è un sentimento individuale. È piuttosto un'emozione collettiva, l'orgoglio profondo e il senso di appartenenza di un'intera comunità.
La gioia è una vertigine, un brivido che scivola lungo la schiena sino alla punta delle scarpe, o, meglio, degli scarpini, a ricordarci che ognuno può trovare il suo posto in campo, come in squadra. Una cosa unica e irripetibile.
Come l'incantata stagione 1984-85 dell'Hellas Verona, quella dello scudetto. Come quell'incredibile striscia di risultati, quella scia di emozioni, cresciute lentamente, passo dopo passo, punto dopo punto, a cavallo tra l'autunno e la primavera. Uno scudetto così non si vince grazie a qualche episodio o per un colpo fortuito di destrezza. Quelle cose lì le lasciamo volentieri alle cronache e ai freddi registri delle versioni ufficiali.
Perché il suo incredibile scudetto l'Hellas lo ha conquistato un giorno dopo l'altro, con naturalezza e disarmante serietà, con la serenità della propria forza e la coscienza di tutte le proprie debolezze, con l'idea di essere un gruppo unito prima che una squadra e con la consapevolezza di avere il mondo contro, di essere davvero "soli contro tutti!"
Quello scudetto è maturato nel sudore dei ritiri, nell'ombra dello spogliatoio, negli allenamenti all'antistadio, nelle dichiarazioni del mister e nel suo temperamento, nello stupore di una classifica che, a dispetto delle speranze e della crescente insofferenza dei grandi club e della stampa nazionale, non si modificava, lasciando il Verona lassù in cima, da solo in testa, dall'inizio alla fine.
È cresciuto negli sguardi lucidi della gente, nelle battute a mezz'aria sulle scalette del Bentegodi, negli stretti legami dei giocatori, nelle inconfessabili e strampalate scaramanzie che si rinnovavano di domenica in domenica, nelle rauche e ansimanti radiocronache, nei vicoli di Via Mazzini, nell'urlo della curva, nei sogni dei bambini, nel fango dei campetti, negli scongiuri e nei fioretti, nelle sfide a Subbuteo, nelle bandiere che salivano alte al cielo e nelle lacrime commosse che stringevano in un ideale abbraccio intere famiglie e generazioni di tifosi, di appassionati o, anche solo, di comuni e distratti cittadini.
Quello scudetto è stato tutto quello che il calcio poteva ancora regalare, tutto quello che nemmeno il più audace cronista avrebbe mai potuto lontanamente immaginare.
Quel calcio non era fatto di eroi preconfezionati. In quel calcio non c'era spazio per il salotto, la conferenza stampa, la celebrazione o la leggenda.
Quel calcio era fatto di uomini e giocatori, di sudore e sentimenti, di cenni silenziosi e di poche parole, di classe e abnegazione, di carattere, emozioni e sacrifici. Era davvero il calcio dell'anima, l'essenza intima del gioco, lo specchio dei suoi valori profondi, quelli che ancora ci portiamo dentro, anche se ormai temiamo di averli smarriti.
Quello scudetto non è passato. Quello scudetto è oggi. Ci rimane attaccato. È ancora lì, a rammentarci che non bisogna mai smettere di sognare, che a lavorare con serietà, talento e intuizione poi ti può anche capitare di stracciare il Napoli di Maradona o la Juve di Platini, magari con una bruciante cavalcata e un gol da cineteca, realizzato addirittura senza una scarpa. Può accadere di farsi rimontare tre gol in un umido pomeriggio friulano, salvo poi rifilarne imperiosamente altri due nel giro di pochi minuti, ammutolendo uno stadio sbigottito. Può succedere che tra i pali ti ritrovi non un portiere ma una specie di mago, che quando è il momento giusto non lascia passare nemmeno un alito di vento. Può pure avvenire che finisci per vincere anche quando gli avversari non meritano di perdere. Può infine capitare a un attaccante danese, che tutti vorrebbero sindaco, di trovarsi sul piede giusto la palla giusta per gonfiare la rete avversaria sul prato di Bergamo in una piovosa domenica di metà maggio, giusto in tempo per guardare finalmente il cielo sorridere alla più incredibile e fantasmagorica delle certezze: quella di essere arrivati primi, di essere finalmente sul tetto d'Italia e di esserci giunti, a dispetto di ogni previsione, con lo stesso indomito spirito che avrebbe guadagnato la salvezza all'ultimo secondo dell'ultima giornata.
Ecco, lo scudetto dell'Hellas Verona 1984-85 è tutto questo e anche molto di più. La sua storia, quella stupefacente teoria di risultati e vittorie, costruita giornata dopo giornata, è la nostra storia, un infinito intreccio di traiettorie umane che hanno respirato quelle emozioni nella consapevolezza che non si sarebbero mai più ripetute.
Perché sarebbe stato solo per una volta, una sola volta nella vita.

Diego Alverà